LOBBY ARMI – 23. GUERRE, RICATTI E PROPAGANDE CONTRO I CITTADINI UE. Analisi Militare Dettagliata del Prossimo Sperpero di Denaro dei Contribuenti Italiani e non
di Ciro Scognamiglio – giurista e analista di geopolitica militare
Tutti i link ai precedenti articoli di Gospa News sono stati aggiunti a posteriori dalla redazione
“Il villaggio e il fabbro di guerra” – Una storia esemplificativa
C’era una volta un piccolo villaggio ai confini di un vasto impero. I suoi abitanti vivevano di agricoltura, scambiavano prodotti nei mercati, mandavano i figli a scuola, curavano i malati con erbe e sapienza. Un giorno, giunse al villaggio un fabbro forestiero, armato di parole persuasive e lunghi registri.
«Siete in pericolo», disse. «Là fuori ci sono mostri e barbari. Se non costruite armi, sarete annientati». Gli anziani del villaggio, timorosi, convocarono l’assemblea. Il fabbro promise protezione, ma chiese ferro, grano, legna, e soprattutto il tempo degli uomini migliori per forgiare spade e armature.
I raccolti diminuirono, le scuole si svuotarono, i malati restarono senza cure. Ma le armi si accumulavano.
Quando, anni dopo, nessun nemico era mai arrivato, la gente chiese al fabbro: «Possiamo smettere ora?»
«Oh no», rispose. «Proprio ora che i nemici sanno che siete armati, vi temono. Se smettete, torneranno.»
Il villaggio era stremato. I bambini affamati. I campi incolti…
Ma il fabbro divenne ricco e potente, e il villaggio, un avamposto dell’impero, non aveva più voce. Aveva scelto la guerra, e la guerra aveva scelto lui.
Il contesto europeo e la militarizzazione economica
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha adottato un atteggiamento sempre più bellicista e subalterno agli interessi atlantici, abbandonando progressivamente la diplomazia per abbracciare una politica di riarmo che incide pesantemente sulle finanze pubbliche. In questo contesto si inserisce il RIAM UE (Rafforzamento Industriale del settore Armamenti Europeo), un programma europeo dal costo annuo stimato di 800 milioni di euro, cui tutti gli Stati membri devono partecipare, contribuendo proporzionalmente in base al proprio PIL.
L’adesione a questo fondo comune non solo rappresenta un onere ulteriore per i bilanci nazionali, già messi a dura prova da inflazione, crisi energetica e ricadute post-pandemiche, ma impone anche un modello produttivo centrato sull’industria bellica, distogliendo risorse da settori essenziali come la sanità, l’istruzione, la ricerca e il welfare.
Ecco una stima dei contributi annuali per il RIAM UE da parte di alcuni paesi europei (calcolo proporzionale su 800 milioni):

Il diktat NATO: 5% del PIL in spesa militare
A questo scenario si somma una nuova e gravissima decisione politica imposta ai membri della NATO: l’obbligo di destinare il 5% del PIL nazionale alla spesa militare.
Un aumento vertiginoso rispetto all’attuale soglia del 2% (già motivo di forti critiche).
Questa imposizione, di matrice statunitense, rappresenta un colossale trasferimento di risorse pubbliche verso l’industria bellica, prevalentemente statunitense.
I dati dimostrano l’assurdità dell’obiettivo:

Il totale delle nuove spese per la sola Europa NATO supera i 500 miliardi di euro annui in più rispetto alla spesa attuale. Una somma che graverà inevitabilmente sui bilanci nazionali e, dunque, sulle tasche dei cittadini.
Le spese europee per i conflitti russo-ucraino e israelo-palestinese
Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha intensificato il suo coinvolgimento diretto in due importanti teatri di guerra: il conflitto russo-ucraino e la crisi israelo-palestinese.
Questo impegno si traduce non solo in posizioni politiche e diplomatiche, ma anche in ingenti investimenti economici e militari che pesano ulteriormente sui bilanci nazionali e, in ultima analisi, sulle tasche dei cittadini europei.
Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, la spesa complessiva stimata dei Paesi membri per supportare Kiev si aggira intorno ai 10 miliardi di euro. Germania, Francia e Italia da sole coprono il 67% di questo ammontare, con Berlino che contribuisce con circa 3 miliardi, Parigi con 2,2 miliardi e Roma con 1,5 miliardi. Anche Polonia, Spagna, Paesi Bassi e Belgio forniscono quote significative di aiuti militari, finanziari e umanitari, ma è evidente come la responsabilità finanziaria ricada principalmente sulle nazioni più ricche e influenti.

Parallelamente, il coinvolgimento europeo nel conflitto israelo-palestinese, pur su scala più ridotta rispetto alla crisi ucraina, rappresenta comunque una spesa stimata intorno a 1 miliardo di euro. Ancora una volta Germania, Francia e Italia guidano il contributo economico, seguite da Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi e Belgio. Questi fondi sono destinati a supporti militari, aiuti umanitari e attività di mediazione, ma alimentano anche tensioni geopolitiche e strategiche che rischiano di allontanare ulteriormente l’Europa dalla sua vocazione pacifista.

Questi due capitoli di spesa militare si aggiungono ai già pesanti oneri derivanti dal RIAM UE e dagli obblighi NATO, moltiplicando così il carico finanziario sulle casse pubbliche e alimentando un clima di militarizzazione sempre più invasivo e incontrollato. I cittadini europei, mentre si vedono sacrificare diritti sociali e servizi essenziali, sono chiamati a sostenere economicamente conflitti che, in molti casi, non rappresentano direttamente i loro interessi.
La mancanza di trasparenza e di un dibattito pubblico autentico su queste spese aggrava la distanza tra istituzioni e cittadini, alimentando sfiducia e senso di impotenza. Diventa quindi indispensabile una riflessione critica e una mobilitazione civica che metta in discussione questa politica di guerre per procura, chiedendo responsabilità, giustizia sociale e una politica estera europea autonoma e pacifica.
Chi paga? I cittadini, tra austerità e nuove tasse mascherate
L’impatto di queste scelte sarà devastante. Per rispettare i vincoli NATO e partecipare ai fondi UE per il riarmo, gli Stati saranno costretti a ridurre la spesa sociale. Sanità, scuola, trasporti, giustizia subiranno tagli sempre più pesanti. In parallelo aumenteranno le tasse, spesso sotto forma di “contributi di scopo”, accise, ticket e balzelli locali.
Il cittadino europeo si ritroverà, dunque, a pagare due volte: con il portafoglio e con la perdita di servizi essenziali. La logica dell’austerità militare imposta da Washington è chiara: meno Stato sociale, più Stato armato.
Il vero beneficiario: il complesso militare-industriale USA
Dietro la facciata della sicurezza collettiva, si cela un gigantesco trasferimento di ricchezza dai popoli europei verso le grandi multinazionali statunitensi degli armamenti: Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman, General Dynamics. Aziende che, non a caso, registrano profitti record e finanziano le campagne politiche dei falchi di Washington.
Il RIAM UE non farà altro che integrare ulteriormente la produzione europea nei circuiti del Pentagono, subordinando l’autonomia industriale europea alle esigenze strategiche USA. L’Europa non solo paga, ma lo fa per diventare campo di battaglia e deposito logistico della prossima guerra.
Ricatti e propaganda: il ritorno del terrore mediatico
Chi si oppone a questo disegno viene isolato, criminalizzato e minacciato. I paesi che non rispetteranno gli obiettivi del 5% verranno colpiti da dazi e sanzioni economiche, in piena violazione della sovranità nazionale.
La Spagna, pur figurando con la firma del premier Pedro Sánchez in calce alla dichiarazione finale del vertice NATO dell’Aja, che ha sancito l’impegno al 5% del PIL in spese militari per i 32 Stati membri, nega però che quella firma la vincoli effettivamente. Sánchez ha dichiarato con chiarezza:
“Il 2,1% è un investimento sufficiente, realistico e compatibile con il nostro modello di welfare.”
Dal canto suo la premier italiana Giorgia Meloni ha smentito questa interpretazione, affermando: “Ha firmato il nostro stesso documento e nella discussione tra tutti i 32 non ho sentito critiche di sorta.”
Le tensioni sono alte. Donald Trump e il segretario di Stato Rubio si sono detti apertamente irritati, definendo la Spagna “un problema”. Sánchez ha replicato con fermezza: “La Spagna è sempre la soluzione. Mai il problema.”
Al vertice, durante la cena conviviale della sera precedente, Trump e Sánchez non si sono rivolti la parola, mentre The Donald ha trascorso la serata conversando a lungo con la premier italiana, seduta alla sua destra, Giorgia Meloni.
Sánchez ha minimizzato: “Non ho avuto occasione di scambiare parole con Trump ma tutti sanno che siamo affidabili.”
Una vera e propria sagra dell’ambiguità, che riflette le profonde divisioni tra gli alleati.
Trump, che considera l’accordo sul 5% del PIL un risultato “monumentale”, ha reagito con durezza in conferenza stampa, passando alle minacce esplicite: “Quel che fanno è terribile e non lo permetterò. Negozieremo un accordo commerciale in cui pagheranno il doppio con i dazi.”
Sánchez ha risposto duramente: “Se avessimo accettato avremmo dovuto pagare 300 miliardi entro il 2035 e da dove li avremmo presi? Da più tasse? Da tagli allo Stato sociale?”
Il “fattore Spagna” non è dunque secondario. La possibilità che un Paese possa sottrarsi all’obbligo sottoscritto dagli altri espone gli Stati con impegni più onerosi al rischio di pressioni interne e critiche politiche, come dimostra l’attacco dell’opposizione italiana con Elly Schlein che ha dichiarato: “Meloni avrebbe dovuto fare come Sánchez.”
Inoltre il precedente spagnolo influirà profondamente sugli sviluppi futuri: il segretario NATO Rutte, esecutore del diktat Trump, ha negoziato condizioni più flessibili, stabilendo un traguardo di spesa militare da raggiungere in dieci anni, entro il 2035, senza tabelle di marcia rigide anno per anno, e con possibilità di revisione nel 2029, oltre a una clausola che considera le diverse esigenze difensive dei singoli Paesi.
Come ha sintetizzato Meloni: “È evidente che la difesa di un Paese mediterraneo come l’Italia è diversa da quella di un Paese baltico.”
La premier italiana punta a seguire lo stesso percorso della Germania, convinta che una parte consistente delle risorse militari possa essere utilizzata per rafforzare le imprese italiane, creando un circolo virtuoso di crescita economica. Ma se così non fosse, con il precedente spagnolo alle spalle, ogni Stato in difficoltà nel 2029 potrebbe chiedere di rivedere al ribasso gli impegni assunti.
Conclusione – Un’Europa al bivio: servitù bellica o sovranità democratica
L’analisi dei dati, delle politiche e delle dinamiche geopolitiche affrontate nel presente articolo disegna uno scenario allarmante per il futuro dell’Unione Europea: non più un progetto di pace, cooperazione e progresso sociale, ma una macchina funzionale al riarmo sistemico e all’escalation militare internazionale, in ossequio agli interessi dell’Alleanza Atlantica e del complesso militare-industriale statunitense.
L’adozione del RIAM UE e la prospettiva imposta del 5% del PIL in spese militari non sono decisioni neutre né tecniche, ma scelte profondamente ideologiche, che ridefiniscono la natura dell’Unione e il destino dei suoi cittadini. Esse segnano una rottura storica con la cultura pacifista che, almeno formalmente, aveva animato l’Europa del dopoguerra e i suoi trattati costitutivi. Oggi, quel sogno di un continente custode dei diritti umani e della solidarietà sociale si sta trasformando in un incubo di austerità armata, sorveglianza, censura e repressione del dissenso.
Le cifre parlano chiaro: centinaia di miliardi di euro sottratti ogni anno ai bilanci pubblici per sostenere la logica dei conflitti per procura, mentre servizi fondamentali come sanità, istruzione, trasporti e giustizia vengono erosi, privatizzati o tagliati. Il cittadino europeo paga il prezzo di una guerra che non ha scelto e che, nella maggior parte dei casi, non condivide. Viene persuaso, intimidito o ricattato attraverso la propaganda, il silenzio dei media mainstream e la criminalizzazione del dissenso.
Nel frattempo, le grandi industrie belliche—prevalentemente americane—accumulano profitti record, mentre l’Europa si trasforma progressivamente in colonia strategica e magazzino logistico degli USA. L’autonomia strategica promessa è svanita. La sovranità nazionale è ridotta a mera espressione formale. Il dibattito democratico è anestetizzato da un’emergenza bellica perenne che non ammette contestazioni.
Ancor più inquietante è il clima di pressione politica e mediatica nei confronti di quegli Stati che cercano di difendere un minimo di autonomia, come nel caso della Spagna. Le dichiarazioni divergenti tra Sánchez e Meloni, le minacce americane, i tentativi di imposizione extracostituzionale di spese militari sproporzionate, dimostrano quanto sia fragile la sovranità dei governi europei, ormai stretti tra le imposizioni del Pentagono e la rassegnazione dell’apparato burocratico di Bruxelles.
Tutto questo avviene in assenza di un dibattito pubblico reale, senza consultazioni popolari, senza trasparenza, senza responsabilità politica. Una nuova cortina di ferro, fatta di propaganda e servilismo, cala sull’Europa, stavolta non da est, ma da ovest.
È dunque indispensabile una presa di coscienza collettiva, una mobilitazione democratica e civica che sappia respingere il ricatto della guerra e riaffermare la centralità della pace, della giustizia sociale, della solidarietà tra i popoli. Per farlo, occorre rompere il silenzio, costruire reti di resistenza culturale e politica, chiedere conto ai decisori pubblici delle scelte compiute e rivendicare con forza un’alternativa europea che non identifichi la sicurezza con la guerra, ma con il benessere, la cooperazione, l’istruzione, la salute e i diritti.
L’Europa è a un bivio: continuare a regredire verso un’economia di guerra e una società militarizzata, oppure riscoprire il coraggio di un’autonomia politica autentica, capace di dire “no” al riarmo e “sì” a un futuro di pace condivisa. La scelta, se ancora ci è concessa, spetta ai popoli. E il tempo per esercitarla sta per scadere.
«Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?» (Vangelo secondo Marco, 8,36)
Ciro Scognamiglio *
* giurista e analista di geopolitica militare
TUTTI GLI ARTICOLI DI CIRO SCOGNAMIGLIO
ARTICOLI CORRELATI
