ISRAELE-ITALIA, UN PREMIO INSANGUINATO. L’Ipocrisia Cristiana di Salvini e il Silenzio Complice del Governo
di Piero Angelo De Ruvo
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Nel giorno in cui l’umanità assisteva all’ennesimo massacro israeliano colpire la Striscia di Gaza bersagliando ancora una volta tendopoli di sfollati, donne e bambini innocenti, nella solenne Sala del “Cenacolo” della Camera dei deputati, il vicepremier Matteo Salvini riceveva sorridente il premio “Israele-Italia 2025”.
Un riconoscimento per la sua “amicizia con Israele”, che suona come un insulto tragico e beffardo, soprattutto per i 20.000 bambini palestinesi trucidati sotto le bombe israeliane. È una scena che rasenta il grottesco, ma che soprattutto rappresenta un’offesa alla coscienza umana, alla dottrina della Chiesa e all’essenza stessa del Vangelo.
Questo premio non è solo un gesto politico è un atto simbolico, gravido di significati e responsabilità morali. È la celebrazione della complicità con uno Stato che la comunità internazionale, le principali organizzazioni per i diritti umani e i tribunali morali del mondo hanno più volte accusato di crimini di guerra e di apartheid e riceverlo nel cuore del Parlamento italiano, nel giorno dell’ennesimo massacro, rappresenta una ferita lacerante alla coscienza collettiva del nostro Paese.
Salvini e l’ipocrisia del “cristianesimo d’apparato”
Ma c’è qualcosa di ancora più disturbante, ed è l’incoerenza morale, la dissonanza etica di un politico che si proclama devotamente cristiano mentre stringe mani insanguinate e legittima l’orrore. Salvini ama mostrarsi con il rosario in mano, citare il Vangelo, appellarsi ai “valori cristiani” per giustificare ogni tipo di esclusione e propaganda identitaria.
Ma quale Vangelo ha letto? Quello in cui Cristo benedice i carri armati che sparano su bambini rifugiati? O quello in cui la pace si costruisce con la spianata dei campi profughi?
Cristo, nei Vangeli, si fa voce dei piccoli, degli oppressi, degli innocenti massacrati dal potere. Chi si professa cristiano non può stringere mani sporche di sangue, né ricevere premi infangati dal pianto dei bambini. Il Magistero della Chiesa — da Giovanni Paolo II a Papa Francesco — ha sempre condannato fermamente ogni forma di violenza, ogni guerra che colpisca civili, ogni disprezzo della dignità umana. Papa Francesco ha più volte parlato della “terza guerra mondiale a pezzi” e del dramma palestinese, condannando “la spirale di odio e vendetta che porta solo alla distruzione”.
La Dottrina Sociale della Chiesa, che Salvini cita quando gli è comodo, parla chiaro: “La pace è frutto della giustizia” (Compendio, § 494). Non può esserci pace senza il rispetto dei diritti fondamentali, senza il riconoscimento della dignità di ogni essere umano. E ancora: “Ogni guerra è una sconfitta dell’umanità” (San Giovanni Paolo II). Come può un cristiano autentico ricevere con orgoglio un riconoscimento da chi perpetua il massacro, senza una sola parola per i bambini bruciati vivi, per le madri dilaniate, giornalisti ammazzati e medici assassinati, mentre soccorrono?
Salvini questo lo sa. E se non lo sa, è ignoranza colpevole. Ma il punto è un altro: Salvini non si professa cristiano per fede, ma per marketing, la religione è per lui un oggetto da campagna elettorale, da sventolare nelle piazze, da usare per dividere e non per unire, per legittimare muri e non per costruire ponti.
Cristo ha detto: “Beati gli operatori di pace”. Non i portatori di trofei insanguinati. Non i ministri della propaganda bellica. Non chi, nel silenzio delle coscienze, baratta la giustizia per un applauso e una targa ricordo.
Gaza in macerie, Salvini in festa: il volto tragico dell’indifferenza
L’ipocrisia di Salvini non è nuova, ma stavolta supera ogni limite, predica la vita ma sostiene la morte, si erge a difensore dell’Occidente cristiano mentre si schiera con chi abbatte scuole, ospedali, luoghi sacri e mentre i cittadini italiani, molti dei quali credenti sinceri, assistono sgomenti alla mattanza di Gaza, il loro ministro si vanta di una medaglia al valore dell’indifferenza.
La scena è grottesca e tragica. Mentre le immagini delle macerie di Gaza scorrono su ogni schermo del mondo, mentre gli occhi del mondo si riempiono di lacrime e rabbia, in Italia c’è chi applaude, brinda, ringrazia, si compiace della “buona stampa”. Si riceve un premio, si ostenta amicizia, si invoca Hamas come unico colpevole, ignorando deliberatamente le responsabilità immense e sistemiche del governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, definito da giuristi internazionali un potenziale criminale di guerra.
Salvini potrà custodire il premio nel suo ufficio, ma non potrà lavarsi le mani del sangue innocente versato. E finché ci saranno uomini, donne, cristiani veri che si indignano, che si inginocchiano davanti ai corpi martoriati e non davanti agli ambasciatori del cinismo, questa vergogna non sarà dimenticata.
Francesca Albanese: la voce della verità sotto attacco
In questa realtà distorta, una delle poche voci a farsi sentire con coraggio è quella della giurista italiana Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi. I suoi rapporti hanno documentato, con rigore giuridico e morale, l’orrore che si consuma a Gaza. Ha parlato apertamente di genocidio come “cancellazione coloniale”, indicando nomi e responsabilità: Netanyahu, Gallant, il governo israeliano, le lobby internazionali delle armi e persino aziende italiane come Leonardo Spa.
Per questo è oggi bersaglio di intimidazioni, minacce di morte, campagne di discredito orchestrate da governi e apparati di potere. Gli Stati Uniti, attraverso il senatore Marco Rubio, hanno annunciato sanzioni contro di lei, accusandola di “pressioni illegittime” sulla Corte Penale Internazionale.
Ma il vero crimine di Francesca Albanese è quello di dire la verità. Di fare il proprio dovere. Di rifiutare il silenzio complice.
Nel suo drammatico appello video, la diplomatica italiana racconta di avere paura — per la prima volta. Paura vera, fatta di minacce, di telefonate notturne, di intimidazioni mafiose. Eppure continua. Denuncia l’“economia del genocidio”, in cui Big Tech e lobby delle armi lucrano sulla morte dei bambini palestinesi. Svela la complicità delle élite occidentali, anche italiane, che con la loro inerzia o il loro sostegno attivo permettono che il genocidio continui.
Il silenzio del governo e la complicità della politica, la “doppia morale” che uccide la coscienza
Ancora più inquietante è il silenzio — o peggio, la complicità — del governo Meloni. In un momento storico in cui sarebbe necessario alzare la voce contro ogni sopruso, l’Italia premia la fedeltà cieca di un suo vicepremier verso un governo straniero, lo stesso che ha bombardato ospedali, scuole, convogli umanitari e campi profughi.
Il Parlamento, luogo del diritto e della sovranità popolare, è stato trasformato in teatro di oscenità diplomatica, invece di ospitare il dolore delle vittime, ha celebrato la “strategica amicizia” con un governo che l’ONU, Amnesty International, Human Rights Watch e la Corte Penale Internazionale hanno accusato di crimini contro l’umanità.
È questa la doppia morale che il governo Meloni predica, il diritto internazionale quando conviene, ma tace quando Israele bombarda civili. Condanna il terrorismo ma dimentica che ogni crimine ha valore uguale, che il sangue non ha cittadinanza, e che un bambino palestinese ucciso ha lo stesso valore di qualunque altra vita.
Chi tace di fronte a queste stragi, chi le minimizza, chi addirittura le premia, si rende complice.
E allora ci si chiede: dov’è finita l’etica pubblica? Dov’è finita la politica che difende i diritti umani? Dov’è finita la pietà cristiana? Il governo Meloni ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Salvini, invece, ha scelto di salire sul palco, di prendere la targa e sorridere mentre i corpi vengono estratti dalle macerie.
Un grido dalla Terra Santa
Dalla Terra Santa — che non è proprietà esclusiva di Israele, ma culla delle tre grandi religioni monoteiste — sale un grido. Un grido di dolore, di sangue e di speranza spezzata. Ogni giorno, sotto le bombe, muoiono esseri umani. Muoiono bambini che non hanno mai visto la pace. Muoiono madri, padri, medici, soccorritori.
E mentre tutto questo accade, l’Italia — patria di San Francesco, di Don Milani, di Giorgio La Pira — manda un suo vicepremier a farsi premiare da chi quei massacri li ordina e li copre.
La pace non si premia, si costruisce
La pace non si celebra con medaglie diplomatiche: si costruisce con la giustizia. Con il coraggio di denunciare gli abusi, con la capacità di vedere nell’altro un essere umano, con il rispetto del diritto internazionale. L’Italia avrebbe dovuto prendere le distanze, avrebbe dovuto alzare la voce per Gaza, per Rafah, per i campi profughi devastati. Invece ha scelto di premiare la complicità.
Che almeno la Chiesa, quella vera, quella che ancora ascolta il pianto dei poveri, abbia il coraggio di dire che chi oggi si fa amico del massacro tradisce il Vangelo. Ogni bambino ucciso è un giudizio sul mondo degli adulti.
Non servono altre parole. Ma servono responsabilità, scelte morali, coerenza.
E chi, come Salvini, si dice cristiano, dovrebbe ricordarsi che non si può servire Dio e il potere.
Salvini ha scelto da che parte stare. Che gli italiani lo ricordino.
Piero Angelo De Ruvo
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Sottufficiale dell’Esercito Italiano in Congedo.. Ex sindacalista militare
Membro del direttivo dell’associazione Constitutio Italia
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