UNA PANDEMIA DI LOSCHE MENZOGNE!!! Commissione Covid: Desecretati i Verbali che Demoliscono la Narrazione Ufficiale
di Ciro Scognamiglio
La Redazione di Gospa News ringrazia il gironalista Pier Angelo De Ruvo per l’oneroso lavoro di inserimento dei link correlati ai temi trattati
Nell’ambito della commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, è stata resa pubblica l’audizione del professor Giuseppe Ippolito, già direttore generale per la ricerca e l’innovazione in sanità presso il Ministero della Salute e componente del Comitato tecnico-scientifico (Cts) nei suoi primi anni, dal 2020 in poi.
La desecretazione dei verbali della sua deposizione ha portato alla luce uno scenario inquietante, che rischia di mettere in discussione l’intera narrativa ufficiale sulla risposta italiana alla pandemia.
La falsità delle dichiarazioni ufficiali: fu la politica, non la scienza, a decidere
Il punto centrale della testimonianza di Ippolito riguarda la contraddizione netta con quanto affermato pubblicamente dall’allora ministro della Salute Roberto Speranza e dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Speranza aveva ripetutamente sostenuto che tutte le misure restrittive, dal lockdown al distanziamento sociale, dalla chiusura delle scuole al coprifuoco, fossero state adottate su indicazione scientifica, “dagli esperti”.
Ippolito invece afferma chiaramente: «Non fu la scienza a decidere, ma la politica». Questa frase, pronunciata durante l’audizione, smonta il mito dell’autonomia tecnica delle decisioni e attribuisce responsabilità diretta all’esecutivo.
Ippolito descrive la task force Coronavirus come un organismo informale, privo di atto costitutivo: «La task force del Coronavirus non ha un atto di costituzione (…) i partecipanti non sono sempre gli stessi, di volta in volta viene scelto chi far partecipare ed è presieduto dal segretario generale. Le persone che partecipano, a parte i funzionari ministeriali, non sono istituzionalmente coinvolte nelle decisioni da adottare». Tale struttura caotica e mutevole non ha permesso né coerenza né continuità nelle valutazioni e nelle indicazioni da dare al governo.
Alla domanda della deputata Alice Buonguerrieri (Fratelli d’Italia) che gli chiedeva come mai all’interno della task force vi fossero pareri diversi e contrastanti rispetto alle misure poi adottate, Ippolito risponde senza esitazione: «Era un bailamme di persone che ogni giorno cambiavano». Questa situazione di disorganizzazione ha contribuito a un clima di confusione, che si è riversato inevitabilmente sulla popolazione.
La mancata adozione del piano pandemico: un grave errore politico
Uno dei passaggi più significativi riguarda il piano pandemico, elaborato nel 2006 e mai ufficialmente adottato dall’allora governo. Il presidente della commissione, Marco Lisei, domanda a Ippolito: «Speranza ha detto che si è trattato di una valutazione e decisione dei tecnici di riferimento della task force e poi del Cts. Pertanto, il ministro afferma che la decisione l’avete presa voi». Ippolito replica con fermezza:
«Il ministro Speranza può dire quello che vuole, ma io ho raccomandato di seguire le procedure previste e le metodologie del piano pandemico perché, come ho detto, si faceva molto di più. Le decisioni erano dei funzionari del ministero della Salute (…), non ci è mai stato richiesto di dire: adottiamo il piano pandemico; anzi».
Quando Lisei insiste per chiarire se vi fu mai una discussione formale sull’adozione del piano, Ippolito conferma con una risposta secca: «Sì, non c’è stata». Questo significa che l’Italia ha affrontato la pandemia senza seguire un piano collaudato e formalmente valido, ma con scelte frammentarie e improvvisate, spesso dettate da esigenze politiche e non scientifiche.
Gli errori nella gestione delle risorse e della diagnostica e il divieto di funerali e autopsie.
Ippolito analizza poi i problemi pratici emersi nei primi mesi di crisi, a partire dai dispositivi di protezione individuale (Dpi), come le mascherine.
«Non si riuscì a negoziare un sistema per cui, a mano a mano che i Dpi scadevano, le Regioni potessero sostituirli in prossimità della scadenza. Questi, quindi, furono acquistati ma, appunto, scadevano».
Ciò significa spreco di risorse e mancanza di coordinamento.
Ancora più grave la situazione dei ventilatori polmonari: «I ventilatori non c’erano – chiarisce Ippolito – tanto che il 17 marzo l’Europa dice: non vi preoccupate, che pensi mi, ovverosia che avrebbe fatto un unico ordine per comprare i ventilatori. In realtà, il primo ordine da parte degli Stati membri inviato all’Europa è partito a maggio e la prima consegna di ventilatori è avvenuta a luglio, troppo tardi». Questa gestione ritardata e inadeguata ha contribuito a una crisi sanitaria grave.
Un altro aspetto di grande criticità riguarda alcune misure adottate dall’Italia, che sono state oggetto di dure critiche da parte di esperti e familiari. Su tutte spiccano il divieto dei funerali e, ancor più, delle autopsie sui morti Covid. Il senatore Lucio Malan sottolinea come questo divieto, pur non essendo formale, sia stato interpretato da tutti come un divieto assoluto, con conseguenze tragiche: «Peggiorando la situazione e causando un numero non indifferente di morti». Ippolito chiarisce: «Era una misura precauzionale, la circolare diceva che non si sarebbero dovute fare, non che non si dovevano fare». La differenza semantica non ha però evitato danni enormi.
Alla domanda se chi ha salvato vite facendo autopsie lo abbia fatto contro le indicazioni del Ministero, Ippolito risponde: «Non lavoravo per il ministero e non ho contribuito a questa scelta. All’epoca mi occupavo di ricerca, noi abbiamo fatto le autopsie e le abbiamo anche pubblicate». Questo suggerisce che alcune scelte ministeriali abbiano limitato la comprensione scientifica della malattia.
Ippolito smonta anche l’idea che gli anticorpi monoclonali, acquistati a caro prezzo, siano stati un rimedio efficace. «Ci sono voluti tre anni per dire che questi anticorpi monoclonali comprati a caro prezzo non hanno abbattuto la carica virale». La promessa iniziale non si è concretizzata in risultati tangibili, con conseguente spreco di risorse e aspettative tradite.
Un altro punto critico della gestione riguarda le scuole. Ippolito commenta: «Sempre col senno di poi, il lockdown selettivo delle scuole si poteva anche ipotizzare di farlo diversamente». Il blocco prolungato e generalizzato ha avuto effetti negativi su bambini, adolescenti e famiglie, ma nessuno si è mai assunto la responsabilità di questi danni, né sono stati previsti risarcimenti.
Gli ospedali come “concentratori di casi” e la proliferazione di “falsi esperti”
Un’analisi impietosa viene riservata agli ospedali, considerati centri di diffusione del contagio. «Hanno fatto da concentratori di casi. Se i pazienti fossero stati lasciati a casa, avrebbero avuto sicuramente un esito migliore». Questo spiega in parte la pressione enorme sul sistema sanitario e il numero elevato di morti.
Ippolito denuncia anche il caos comunicativo, evidenziando la presenza di molti “falsi virologi, falsi profeti e falsi esperti” che hanno confuso ulteriormente l’opinione pubblica. Questo ha contribuito a diffondere informazioni contrastanti e a generare sfiducia nelle istituzioni.
L’atteggiamento di “ossequio” alla Cina e Le reazioni politiche alla testimonianza
Un ulteriore elemento emerso riguarda i rapporti con la Cina. Ippolito racconta che molti si preoccupavano che la Cina fosse “liberata da ogni possibile accusa di esportazione di patologia trasmissibile”, in linea con la posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). I contatti con Pechino erano gestiti dall’allora viceministro Pierpaolo Sileri (M5S), che forniva informazioni e portò in Italia 102 dosi di un farmaco cinese mai utilizzato. I due pazienti cinesi curati allo Spallanzani erano persone vicine al governo cinese, non casi comuni. La Cina offriva consigli e materiale informativo, accolti con una certa deferenza da parte italiana.
Le parole di Ippolito hanno suscitato reazioni politiche immediate. Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ha dichiarato: «Ippolito ha stroncato la dichiarazione di Speranza secondo cui sarebbe stata la scienza a orientare le scelte governative, affermando testualmente: “Noi fornivamo pareri e la politica decideva cosa farci”. Ha inoltre confermato l’improvvisazione e la mancanza di una strategia complessiva, e che molte iniziative sono state intraprese “tardi e male”».
Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione, ha aggiunto:
«Ogni iniziativa fu presa in maniera improvvisata e tardiva in uno scenario confuso. È una gravità inaudita, e il governo di allora dovrà rispondere politicamente agli italiani per questa gestione dilettantesca».
La testimonianza di Giuseppe Ippolito mette in luce una gestione politica della pandemia largamente scollegata dalla scienza e dalla corretta applicazione delle procedure previste dai piani di emergenza. La task force è apparsa come un organismo formale ma in realtà privo di reale potere decisionale, mentre il governo ha preso scelte importanti senza seguire indicazioni tecniche consolidate. Il risultato è stato un mix di errori, ritardi, confusioni e provvedimenti spesso illogici, con gravi conseguenze per la salute pubblica e la fiducia dei cittadini. L’audizione smaschera così le responsabilità politiche di Speranza e Conte, lasciando aperta la questione di una vera accountability politica e giudiziaria per gli errori commessi.
La narrazione ufficiale sotto accusa: critica alle dichiarazioni politiche alla luce delle testimonianze scientifiche
Nel primo capitolo abbiamo riportato la testimonianza del professor Giuseppe Ippolito, figura centrale nella gestione scientifica iniziale della pandemia Covid-19, il quale ha svelato una realtà ben diversa rispetto alla narrazione ufficiale di Governo e istituzioni: le decisioni non sono state dettate dalla scienza, bensì da scelte politiche, spesso improvvisate e contraddittorie. In questo secondo capitolo, vogliamo mettere sotto la lente d’ingrandimento le dichiarazioni dei protagonisti politici e istituzionali, evidenziandone i limiti, le incongruenze e le conseguenze deleterie, sempre alla luce della testimonianza di Ippolito.
Sergio Mattarella e il monito alla libertà negata
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha spesso ribadito che la tutela della salute pubblica deve prevalere sulle libertà individuali, ammonendo che “Nel nostro Paese, come in tutti, deve esserci un senso di responsabilità comune. Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione. Chi pretende di non vaccinarsi e svolgere una vita normale in realtà costringe tutti gli altri a limitare la propria libertà”. Si tratta di un messaggio autoritario che, pur comprensibile in un quadro di emergenza sanitaria, si è tradotto in un avallo istituzionale alla compressione di diritti fondamentali, senza il necessario bilanciamento tra sicurezza e libertà.
La testimonianza di Ippolito smaschera questa impostazione: la gestione delle misure restrittive e delle vaccinazioni non si è basata su un solido fondamento scientifico, ma su valutazioni politiche e strategie di consenso. Se la scienza non ha mai avuto il ruolo decisivo evocato, allora la compressione delle libertà è risultata non solo ingiustificata ma anche priva di una solida legittimazione tecnica.
La retorica di Mattarella, quindi, anziché essere un monito equilibrato, è apparsa come un modo per delegittimare chi manifestava dubbi o criticava le decisioni governative, alimentando una spaccatura sociale e impedendo un dibattito democratico aperto e necessario.
Mario Draghi: la binarietà morale come strumento di coercizione
Mario Draghi, nel suo ruolo di presidente del Consiglio, ha dichiarato che “L’appello a non vaccinarsi è l’appello a morire” e che “Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire.” Questa affermazione dipinge un quadro riduzionista, un’imposizione morale che non tiene conto della complessità delle condizioni personali, delle incertezze scientifiche e delle libertà individuali.
Ippolito ha invece chiarito che le evidenze scientifiche non hanno sempre sostenuto le scelte governative e che molte decisioni sono state assunte “tardi e male”, senza valutazioni approfondite sulle implicazioni. In questo contesto, la rigidità e la polarizzazione del linguaggio di Mario Draghi hanno contribuito a creare un clima di colpevolizzazione e paura, che ha prodotto più divisioni che consenso.
La politica non può trasformare un fenomeno sanitario in un imperativo morale senza rischio di abuso. Le scelte collettive dovrebbero sempre fondarsi su dialogo, trasparenza e rispetto delle diverse posizioni, non su slogan estremi che marginalizzano le minoranze.
Roberto Speranza: il volto di una gestione fallimentare
Il ministro della Salute Roberto Speranza si è presentato come il garante della “linea dura”, sostenendo il green pass e le misure restrittive come strumenti imprescindibili per mantenere aperti i luoghi di lavoro e proteggere la collettività. Tuttavia, Ippolito ha svelato che molte di queste decisioni non sono scaturite da un consenso tecnico univoco, ma da decisioni di funzionari ministeriali e della politica, spesso in assenza di un piano pandemico adottato formalmente.
Le parole di Speranza, cariche di urgenza e rigore, hanno oscurato la realtà di una gestione caotica e improvvisata, con gravi ritardi e mancanza di trasparenza. Il green pass, presentato come misura di protezione, si è trasformato in uno strumento di pressione sociale e discriminazione, spesso imposto senza prove scientifiche adeguate della sua efficacia preventiva.
La testimonianza di Ippolito mostra una gestione sanitaria più problematica e meno lineare di quanto voglia far credere Speranza, mettendo in dubbio la legittimità di alcune sue scelte e la sua narrazione pubblica.
Renato Brunetta e la coercizione economica mascherata da pragmatismo
Le dichiarazioni di Renato Brunetta, ministro della Funzione pubblica, sono emblematiche di un approccio che mira a ridurre il dissenso attraverso la pressione economica e la creazione di ostacoli materiali per chi decide di non vaccinarsi. Proporre il green pass per ogni ambito lavorativo e sociale, aumentare i costi dei tamponi per scoraggiare la non vaccinazione, sono misure che trascendono la tutela della salute per entrare nel campo della coercizione sociale.
Ippolito ha invece descritto una situazione di inefficienza e confusione, dove le decisioni erano “un bailamme” e prive di una strategia scientifica solida. L’approccio di Brunetta ignora completamente questo dato, mostrando un’arroganza politica che utilizza la paura e il denaro come leve di controllo, invece che il dialogo e la scienza.
La compressione dei diritti individuali non può essere giustificata con logiche di utilitarismo punitivo. Questa linea, spinta da Brunetta, rischia di erodere la fiducia nelle istituzioni e di alimentare ulteriore conflittualità sociale.
Pierpaolo Sileri: la promessa di repressione
Il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ha espresso senza mezzi termini la volontà di “Vi renderemo la vita difficile” ai non vaccinati, sintetizzando così un clima di repressione verso chi non condivideva la linea governativa. Tale dichiarazione appare in netto contrasto con la natura democratica dello Stato, che dovrebbe garantire libertà di scelta e pluralismo di opinioni.
La testimonianza di Ippolito ci fa capire che dietro questa fermezza verbale non vi erano basi scientifiche certe e condivise, ma piuttosto una strategia politica tesa a isolare e punire il dissenso.
Questa scelta comunicativa autoritaria ha contribuito a una frattura sociale profonda, alimentando ostilità, sospetti e un senso di ingiustizia, invece di favorire la collaborazione e la coesione.
Francesco Paolo Figliuolo: la macchina vaccinale e la pressione sulla popolazione
Il generale Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza, è stato il volto operativo della campagna vaccinale, mantenendo alta la pressione sulla popolazione con messaggi di responsabilità civica. Tuttavia, la pressione costante e l’insistenza su una “responsabilità” che si traduceva spesso in imposizioni hanno contribuito a un clima di tensione.
La testimonianza di Ippolito evidenzia come le decisioni non fossero sempre guidate da dati scientifici precisi, ma influenzate da fattori politici e sociali. La “responsabilizzazione” della popolazione si è trasformata in una forma di coercizione mascherata da invito, senza lasciare spazio al dubbio o alla critica.
Giuseppe Conte, Speranza e il coro unanime: un’unità d’intenti opaca e autoritaria
Infine, il coro unanime formato da Conte, Speranza e molti altri esponenti politici ha presentato una linea dura e compatta, che ha spesso impedito il confronto democratico e la pluralità di opinioni. L’approvazione quasi unanime delle misure restrittive ha lasciato poco spazio a dubbi o dissensi, favorendo la costruzione di una narrazione ufficiale monolitica e spesso smentita dai fatti.
La testimonianza di Ippolito rappresenta un contrappeso fondamentale, poiché smaschera l’assenza di un reale fondamento scientifico nelle decisioni politiche, dimostrando che la gestione dell’emergenza è stata largamente una gestione politica, che ha subordinato libertà e scienza a logiche di potere e consenso.
La narrazione ufficiale, veicolata dalle dichiarazioni di Mattarella, Draghi, Speranza, Brunetta, Sileri, Figliuolo e altri, appare alla luce della testimonianza di Ippolito come una costruzione retorica che ha distorto la realtà, omesso le criticità e favorito la compressione delle libertà individuali senza adeguata legittimazione scientifica.
Queste parole, forti e spesso intimidatorie, hanno contribuito a creare una divisione profonda nella società, trasformando la pandemia in un terreno di scontro politico e sociale, piuttosto che un’occasione di dialogo, cooperazione e crescita collettiva.
La vera sfida oggi è riaprire il dibattito pubblico, riconoscere gli errori e i limiti di quella gestione e costruire un modello di sanità e politica basato sulla trasparenza, sul rispetto delle libertà e sul ruolo primario della scienza autentica, non strumentalizzata.
I media mainstream: professionisti della propaganda di regime e la corruzione dell’informazione
La pandemia da Covid-19 ha imposto un cambiamento radicale nel modo in cui l’informazione veniva veicolata al pubblico italiano. In un contesto di emergenza sanitaria e sociale senza precedenti, il ruolo dei media era destinato a essere centrale: da un lato, l’informazione doveva garantire trasparenza e verità, dall’altro doveva aiutare a mantenere la calma e il senso di responsabilità. Tuttavia, quello che si è verificato è stato un processo molto diverso, con una informazione mainstream fortemente deviata, diventata uno strumento di propaganda al servizio di una linea politica autoritaria.
I due decreti legge e i 70 milioni di euro: il business dell’informazione asservita
Nel mezzo della crisi sanitaria, il Governo ha varato due specifici decreti legge con cui sono stati destinati circa 70 milioni di euro di fondi pubblici ai grandi gruppi mediatici nazionali. Questi fondi, ufficialmente destinati a “sostenere l’informazione nel quadro dell’emergenza Covid”, si sono trasformati in uno strumento di corruzione istituzionale. Invece di garantire un’informazione libera e pluralista, hanno imposto un controllo serrato sui contenuti, con l’obiettivo di uniformare il racconto mediatico alle scelte e ai messaggi della politica dominante.
La correlazione tra finanziamenti statali e linea editoriale è evidente: i media che hanno ricevuto i fondi hanno progressivamente ridotto qualsiasi spazio a voci critiche, dubbi, testimonianze scomode (come quella di Luc Montagnier, Amici, Citro, Montanari ecc.), trasformandosi in megafoni fedeli di una narrazione ufficiale monolitica.
Professionisti dell’informazione o professionisti della propaganda?
In questo contesto, appare chiaro che i giornalisti e i grandi gruppi editoriali mainstream non si sono comportati da “professionisti dell’informazione”, come vorrebbe la deontologia del loro mestiere, ma piuttosto da “professionisti della propaganda di regime”.
Questo non significa che abbiano necessariamente agito per volontà propria, ma che hanno rinunciato al ruolo critico e indipendente per assecondare un sistema di potere che garantiva loro sostegni economici, visibilità e stabilità.
Le conseguenze di questa trasformazione sono state disastrose per il pluralismo, la qualità del dibattito pubblico e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nei media stessi.
La censura sistematica del dissenso e della verità scientifica scomoda
Le voci dissenzienti, gli esperti scettici, le testimonianze che denunciavano inefficienze, ritardi e la mancanza di basi scientifiche certe in molte scelte governative, sono stati sistematicamente esclusi, ridicolizzati o ignorati.
La narrazione dominante è stata sempre quella del “rischio collettivo”, della necessità di adesione obbligata, e della demonizzazione di chi si opponeva, in un’operazione di polarizzazione artificiale amplificata dai media.
Questo ha contribuito a creare una società divisa, in cui l’informazione è diventata uno strumento di controllo sociale e non un mezzo per informare consapevolmente e responsabilmente. I grandi gruppi mediatici, e coloro che ne hanno diretto i contenuti, portano una grave responsabilità morale e politica per aver svenduto la missione del giornalismo alla propaganda governativa.
La loro complicità nell’omissione di informazioni fondamentali e nella diffusione di una narrazione distorta ha alimentato confusione, paura, discriminazione e conflitti sociali.
Inoltre, la dipendenza economica dai fondi pubblici li ha trasformati in strumenti manipolativi, privi della necessaria autonomia che dovrebbe essere il fondamento di ogni informazione autentica e libera. In sostanza, la pandemia da Covid-19 è stata accompagnata non solo da una crisi sanitaria, ma anche da una crisi profonda dell’informazione.
Quella che avrebbe dovuto essere una fonte di chiarezza e verità si è trasformata in un meccanismo di propaganda, alimentato dai finanziamenti pubblici che hanno condizionato la linea editoriale dei media mainstream.
Questi ultimi, invece di svolgere il loro ruolo di “cane da guardia” delle istituzioni, si sono trasformati in megafoni del potere, diventando essi stessi protagonisti di una “pandemia” di disinformazione e censura.
Il ruolo dei media mainstream nel racconto della pandemia si è rivelato un capitolo oscuro della storia recente dell’informazione italiana.
La loro asservita posizione, comprata e mantenuta grazie a due decreti legge che hanno stanziato 70 milioni di euro di fondi pubblici, ha corrotto l’informazione, trasformandola da diritto fondamentale a strumento di regime.
La testimonianza di Ippolito e la critica alle dichiarazioni politiche trovano qui un terreno fertile per mostrare come il sistema informativo ufficiale non solo abbia tradito il proprio mandato, ma abbia anche contribuito a costruire una narrazione ingannevole, che ha privato la società italiana di un dibattito libero, pluralista e onesto.
Il risveglio da questa lunga stagione di propaganda è indispensabile per recuperare la fiducia nei media e nelle istituzioni, e per ripristinare una cultura dell’informazione basata sull’indipendenza, la trasparenza e il rispetto delle diversità di opinione
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La magistratura e l’ombra della giustizia negata
La magistratura italiana, negli anni della pandemia, si è trovata al centro di un paradosso inquietante. Da un lato, essa rappresenta il baluardo ultimo di garanzia e tutela dei diritti costituzionali; dall’altro, ha sistematicamente aderito alla narrazione dominante imposta dal potere politico e istituzionale, diventando uno degli strumenti con cui quella narrazione è stata imposta senza margine di dissenso.
Numerosi ricorsi e denunce presentati da cittadini, operatori sanitari, e attivisti contro le imposizioni vaccinali, le restrizioni e le sospensioni illegittime di diritti fondamentali sono stati rigettati in tronco, senza un esame approfondito delle evidenze e spesso sulla base di una semplice delega di fiducia alle indicazioni governative. Non solo, molti giudici si sono schierati apertamente a favore della linea politica sanitaria, dichiarandosi vaccinati e mostrando una sostanziale adesione al dogma vaccinale.
Questa complicità ha contribuito a costruire un clima di intimidazione giudiziaria e repressione, penalizzando chi si opponeva con ragioni scientifiche e costituzionali, lasciandolo isolato e privato di ogni tutela legale. Un vero e proprio “muro di gomma” che ha reso vano ogni tentativo di far valere il diritto alla libertà personale, all’autodeterminazione sanitaria, e alla difesa contro misure autoritarie.
Ora, le dichiarazioni di Ippolito – che ammette senza mezzi termini l’assenza di dati certi sugli esiti delle vaccinazioni massive, e la natura essenzialmente sperimentale di un intervento così invasivo – rappresentano un colpo durissimo alla narrazione ufficiale e un appello alla magistratura affinché svolga finalmente il suo ruolo di tutela dei cittadini.
Ma si apre inevitabilmente un interrogativo amaro: la magistratura avrà davvero il coraggio di indagare a fondo sulle responsabilità politiche e istituzionali?
Dovrebbe infatti chiamare a rispondere figure di vertice come Conte, Speranza, Sileri, Figliuolo, Brunetta, perfino il Presidente Mattarella e molti altri che, con dichiarazioni pubbliche gravemente manipolatorie e fomentatrici di odio verso i cosiddetti “no vax”, hanno non solo negato libertà fondamentali ma anche diviso famiglie, sottratto stipendi e compromesso la dignità di circa dieci milioni di cittadini che hanno detto NO!.
Le parole del presidente Mattarella, che invitava a “non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione” perché ciò mette a rischio la salute altrui, hanno sancito un principio di compressione costituzionale che oggi appare profondamente discutibile. Pierpaolo Sileri, con la sua promessa esplicita di “Vi renderemo la vita difficile” ai dissidenti, ha di fatto giustificato politiche di persecuzione istituzionale. Brunetta ha tracciato con cinismo la strategia di aumento del “costo della non vaccinazione”, promuovendo una forma di coercizione sociale senza precedenti, basata sul green pass esteso a tutti gli ambiti della vita lavorativa e sociale.
Ancora più inquietante è la presa di posizione di Figliuolo, che ha ammesso:
“Abbiamo iniettato in pochissimo tempo milioni di dosi di vaccino senza saperne esattamente l’esito, se non quello sperimentale.”
Di fronte a queste gravi ammissioni, il silenzio della magistratura sarebbe non solo inspiegabile, ma indifendibile.
Ma c’è di più. Le conseguenze di queste decisioni, delle imposizioni e delle bugie diffuse hanno avuto un costo umano tragico e irreparabile. Persone come Camilla Canepa e Stefano Paternò, vittime riconosciute di gravi eventi avversi post-vaccinazione, sono solo la punta dell’iceberg di una realtà molto più vasta.
Non si può ignorare il sospetto, fondato su crescenti evidenze e studi, che l’obbligo di inoculare quei cosiddetti “vaccini sperimentali”, imposto con la complicità di soggetti politici e in accordo con le Big Pharma, sia collegato anche a un aumento inquietante di tumori aggressivi, cancri improvvisi e di morte improvvise che da tempo non si fermano nella popolazione post-Covid.
Questi “veleni” inoculati in massa potrebbero essere la causa di una nuova emergenza sanitaria silenziosa e drammatica, che si aggiunge alle ferite ancora aperte della pandemia stessa.
Eppure, la magistratura sembra paralizzata all’idea di affrontare questa verità, perché ciò significherebbe dover non solo indagare e condannare le figure politiche più alte, ma anche ammettere di aver contribuito al silenzio e alla censura di chi, in buona fede e con evidenze scientifiche, si era opposto a questa follia.
Indagare significherebbe ammettere che molti provvedimenti restrittivi, sospensioni e sanzioni, avallati o non contestati dai giudici, erano fondati su una base di evidenze lacunose e su un clima di paura artificiosamente costruito.
Significherebbe rimettere in discussione l’integrità e l’imparzialità di una parte importante del sistema giudiziario che, invece di tutelare i cittadini, ha svolto il ruolo di cassa di risonanza della propaganda di regime.
Per questo motivo, la speranza di giustizia si scontra con una realtà fatta di resistenze, di silenzi e di omissioni che rischiano di lasciare impuniti i responsabili di quella che non può essere che considerata una delle più gravi crisi di diritto e democrazia della storia recente italiana.
Tuttavia, la pressione dell’opinione pubblica, la pubblicazione di documenti e dichiarazioni come quelle di Ippolito e l’azione determinata di associazioni e legali potrebbero costringere la magistratura a rompere questo muro di complicità e a svolgere finalmente il proprio ruolo, restituendo dignità e giustizia a milioni di cittadini che non sono stati semplici “no vax”, meglio dire “NO CAVIA”, ma vittime di una distopia politica e sanitaria.
Solo in questo modo potremo evitare che la crisi pandemica diventi una ferita aperta e mai rimarginata nella storia istituzionale e democratica del Paese.
Ciro Scognamiglio
Dottore in Giurispreudenza esperto di diritto – Membro del direttivo dell’associazione Constitutio Italia
