MISTERI SUGLI ALLOGGI DEMANIALI DESTINATI AI SOLDATI. Casa “Strappata” a un Padre Militare dopo l’Assegnazione. Appartamenti Svenduti per fare Cassa
di Piero Angelo De Ruvo – ex sindacalista militare
Immagina di essere un padre, avere una sentenza che ti dà ragione e, nonostante tutto, vederti strappare la casa che dovrebbe appartenerti. È ciò che accade nei misteri sugli alloggi demaniali destinati ai militari, dove la burocrazia piega la legge lasciando dietro di se ingiustizia e dolore.
Potrebbero celarsi opacità e discrezionalità nel sistema di assegnazione di tali appartamenti e nel riconoscimento del diritto al ricongiungimento familiare. Ed è proprio per questo che serve una riforma coraggiosa, capace di mettere trasparenza e giustizia al servizio di chi ogni giorno serve lo Stato.
Nel cuore dell’apparato statale, tra coloro che indossano la divisa con disciplina e onore, si consumano talvolta battaglie silenziose, che nulla hanno a che vedere con un nemico esterno. È una lotta interna, civile, amministrativa, spesso solitaria: quella per il diritto a una casa, alla famiglia, alla dignità.
In una città della nostra penisola, un alloggio resta vuoto, un militare con diritto a quell’alloggio viene escluso con motivazioni arbitrarie, mentre la Commissione Alloggi ignora una sentenza del Tribunale.
E lo Stato in tutto questo perde risorse e credibilità. Una verità scomoda, una verità che scotta.
Opacità nelle Assegnazioni
Il sistema di assegnazione degli alloggi demaniali per il personale militare, regolato dal DPR 90/2010, appare sulla carta dettagliato e articolato. Esistono numerose categorie – dagli alloggi per custodi e consegnatari (ASGC) fino a quelli per la sistemazione temporanea delle famiglie (AST) – pensate per rispondere alle diverse esigenze operative e familiari. Ma la realtà, come spesso accade, è molto più complessa.
Non sempre i criteri di priorità sono rispettati, lasciando intravedere all’orizzonte una gestione opaca e poco trasparente. Chi resta escluso, spesso, non ha accesso nemmeno agli atti amministrativi che giustificano l’assegnazione. Un paradosso inaccettabile in un sistema democratico fondato sulla legalità e sulla trasparenza amministrativa regolata dal decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33.
Il diritto a verificare se i beneficiari abbiano effettivamente diritto all’alloggio viene troppo spesso negato, rendendo difficile contestare eventuali irregolarità o favoritismi. Il risultato è che chi dovrebbe sentirsi protetto dallo Stato si ritrova disarmato di fronte a un sistema gerarchico che può facilmente trasformarsi in arbitrario.
L’Ingiustizia Abita “Qui”
In seno allo Stato che impone disciplina e onore, si consuma una vicenda che sa di abuso e di vendetta. Un Sottufficiale dell’Esercito Italiano, padre separato con affidamento condiviso della figlia minore, è stato escluso – con motivazioni tanto opache quanto smentite dai fatti – dalla graduatoria per l’assegnazione di un alloggio di servizio temporaneo. Un alloggio che gli era stato precedentemente assegnato e regolarmente accettato, salvo poi vedersi revocare il diritto sulla base di una presunta rinuncia mai avvenuta.
Il caso non è solo burocratico. È umano, giuridico, politico e soprattutto emblematico di un sistema che tollera – e talvolta promuove – l’arbitrio, che trasforma il diritto in concessione discrezionale, che colpisce chi osa chiedere trasparenza, legalità, rispetto delle regole. L’alloggio conteso non è solo un tetto, è il simbolo di una battaglia più ampia, quella per la dignità e l’eguaglianza all’interno delle Forze Armate.

L’arbitrarietà come metodo
Le motivazioni poste a fondamento dell’esclusione del Sottufficiale dalla graduatoria AST risultano non solo contraddittorie, ma anche contrarie alla documentazione agli atti. Il militare, infatti, ha prodotto tempestiva accettazione dell’alloggio entro i termini richiesti, senza mai formalizzare alcuna rinuncia. Eppure, l’Amministrazione ha proceduto alla revoca e alla sua estromissione, ignorando le istanze di accesso agli atti e le richieste di riesame, disattendendo i criteri stabiliti nel bando e negando ogni forma di contraddittorio.
Una condotta che viaggia su un filo molto sottile, e se analizzato attentamente, per alcuni versi potrebbe essere un semplice errore, ma per altri potrebbe assume le sembianze di una ritorsione. Il Sottufficiale, infatti, già in passato aveva attivato iniziative legali e amministrative a tutela dei diritti dei militari, mettendo in luce inefficienze, violazioni e omissioni da parte dei vertici.
In un sistema trasparente, ciò dovrebbe essere considerato meritevole di tutela. Invece, diventa marchio d’infamia.
Il prezzo di essere un militare onesto
Recentemente il TAR di Firenze (link nelle fonti) ha emesso una sentenza significativa, condannando il Ministero della Difesa per atti ritorsivi compiuti ai danni del Sottufficiale a cui non è stato assegnato l’alloggio. Il militare aveva avuto il coraggio di denunciare i propri superiori per gravi violazioni delle normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Una sentenza che dovrebbe far riflettere, e che rende evidente quanto possa costare, in termini di isolamento e abusi, l’integrità in uniforme.
In tutto questo silenzio, che fanno le associazioni sindacali militari?
Davvero ritengono di assolvere alla loro missione limitandosi a inseguire visibilità e strette di mano, mentre migliaia di mamme e papà in uniforme affrontano quotidianamente ingiustizie e abusi.
Come nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”
Come nel celebre romanzo “il Gattopardo”, si è passati dai fantastici COCER ossia le rappresentanze militari che per decenni hanno incantato migliaia di donne e uomini in divisa, rincorrendo i “padroni-datoriali” a difesa dei privilegi di quest’ultimi, per passare ai “SINDACATI GIALLI”, che vedono a capo quasi sempre ex coceristi, graditi dai Generali.
Dunque, nulla è cambiato, il “vulnus” geriatrico di un’obsolescente sistema di tipo “feudatario”, sia per la sua naturale collocazione nella struttura verticistica militare, sia per le limitazioni imposte al suo operato attraverso una legge “ad hoc”, che tutti criticano ma da tutti accettata, la vede subordinata ai vari livelli delle Autorità di Vertice. Purtroppo, la concretezza di dare al personale in divisa un vero sindacato libero e senza vincoli datoriali, ad oggi rimane pura Utopia. I Generali sono riusciti a direzionare una legge “Sindacale” a loro favore, prendendo in giro ancora una volta il personale in divisa.
L’abrogazione dell’Abuso d’Ufficio è l’Alibi Perfetto
A rendere ancora più complesso questo scenario è il recente intervento normativo che ha abrogato il reato di abuso d’ufficio, su iniziativa del Ministro della Giustizia Carlo Nordio e dell’attuale esecutivo. Una scelta destinata a produrre conseguenze rilevanti, soprattutto in contesti caratterizzati da forte verticalizzazione, opacità decisionale e scarsità di controlli indipendenti.
Così facendo, si rischia di sottrarre ai cittadini – e ai servitori dello Stato più esposti – uno strumento fondamentale per contrastare condotte arbitrarie e persecutorie con tragiche conseguenze, aprendo la strada a un pericoloso indebolimento della tutela della legalità nella pubblica amministrazione.
Eppure, in questo caso, ci si è trovati di fronte a una determinazione fuori dal comune. Un treno della legalità che non si è fermato, che ha continuato a correre sui binari della Costituzione e del coraggio civile, un treno che non si lascia intimidire né da silenzi istituzionali né da dinamiche interne poco trasparenti, capace di smascherare l’irregolarità anche quando questa si traveste da atto formale. Perché, questa volta, a difendere i propri diritti c’è un militare che ha già dimostrato fermezza, onestà e senso dello Stato, scegliendo di denunciare ciò che non è giusto, in ogni sede opportuna.
Un Reality show: 3.600 alloggi militari occupati senza titolo
In alcuni casi la legalità viene predicata a parole, ma spesso tradita nei fatti, lo Stato Maggiore della Difesa scopre che oltre 3.600 alloggi militari risultano occupati senza titolo da soggetti che non ne hanno più diritto, mentre migliaia di militari in servizio e in reale difficoltà abitativa restano senza un tetto.
L’indagine, avviata qualche anno fa e rivelata da la Stampa, è oggi all’attenzione della Procura di Roma. Emergono così scenari di abusi sistemici, dichiarazioni mendaci e complicità silenziose, che coinvolgono non solo ex militari, vedove ignare o tollerate, ma anche dipendenti civili ormai distanti dalle Forze Armate e dallo Stato stesso.
Emblematico e imbarazzante fu il caso dell’alloggio concesso all’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta: un appartamento di pregio nei pressi di piazza San Giovanni, a Roma, assegnato in quanto ministro, ma trattenuto anche dopo la cessazione dell’incarico. La vicenda, al centro di accertamenti da parte dello Stato Maggiore dell’Esercito, rivelò irregolarità sia nell’assegnazione che nella mancata restituzione dell’alloggio, avvenuta solo dopo l’esplosione mediatica del caso.
Il paradosso è evidente, immobili situati in zone centrali e di pregio concessi a canoni irrisori o occupati senza titolo, mentre lo Stato denuncia carenza di fondi per la manutenzione e lascia in abbandono un patrimonio edilizio immenso, in gran parte inutilizzato o ridotto a ruderi. Intanto, i militari in servizio – quelli che ogni giorno indossano l’uniforme e servono lo Stato – vengono esclusi da un diritto basilare: quello a una sistemazione dignitosa.
Centinaia di Alloggi Inutilizzati e in Svendita. La beffa è doppia!
Non solo si consuma un potenziale danno erariale, ma si infligge anche una profonda ingiustizia a quei militari in servizio che, pur avendone diritto e bisogno, sono costretti a cercare soluzioni abitative nel mercato privato perché “il posto è occupato”. La responsabilità non è soltanto di chi occupa senza titolo, ma anche di chi, pur tenuto a vigilare, ha scientemente preferito chiudere un occhio.
Un allarme risuonato già nel 2016, quando la Corte dei Conti evidenziò criticità gravi nella gestione del patrimonio alloggiativo della Difesa. Ma, come spesso accade in Italia, le denunce si accatastano, le responsabilità si conoscono, eppure nessuno paga davvero.
A rendere ancora più evidente l’incoerenza sistemica è il paradosso delle centinaia di unità abitative attualmente libere, come risulta dal Catalogo Alloggi Ministero della Difesa, aggiornato ad ottobre 2023. Questi immobili, già passati invano attraverso almeno due bandi d’asta – come dichiarato nella premessa del documento – saranno nuovamente dismessi tramite vendita. Nessuna riconversione per il fabbisogno abitativo dei militari, nessuna valorizzazione sociale.
La logica della vendita, (link nelle fonti) giustificata da criteri di razionalizzazione finanziaria, si scontra apertamente con i principi costituzionali. L’art. 36 della Costituzione tutela la dignità del lavoro, e l’art. 97 impone che la pubblica amministrazione operi con imparzialità e buon andamento.
È difficile intravedere imparzialità quando si preferisce alienare immobili a prezzi sottostimati, piuttosto che metterli a disposizione di chi serve la Repubblica in uniforme, spesso con famiglia a carico e trasferimenti continui.
Il sistema attuale svende a prezzi stracciati un patrimonio edilizio strategico, mentre l’amministrazione lamenta la mancanza di fondi per la manutenzione. Il risultato è un doppio spreco: immobili fatiscenti e inutilizzati da un lato, famiglie di militari costrette a indebitarsi per vivere vicino al luogo di servizio dall’altro.
Se davvero si vuole rafforzare la funzionalità delle Forze Armate, si cominci dal garantire i diritti primari del personale. Un alloggio non è un privilegio, è una condizione minima per la serenità di chi difende ogni giorno lo Stato.
Serve una Riforma Coraggiosa
È tempo di una svolta. Occorre rivedere radicalmente le politiche di gestione del patrimonio immobiliare militare, riconoscendo che il diritto a un alloggio dignitoso per chi è in servizio non è un privilegio, né un premio da elargire discrezionalmente, ma una garanzia da assicurare in via prioritaria rispetto a qualsiasi ipotesi di alienazione o speculazione.
Una vera riforma deve poggiare su alcuni pilastri fondamentali:
- Trasparenza assoluta nella gestione e assegnazione degli alloggi demaniali, mediante la pubblicazione periodica dei criteri, delle graduatorie, dei verbali delle commissioni, nonché dell’elenco completo e aggiornato di tutti gli alloggi, distinti tra idonei e non idonei all’assegnazione, con l’indicazione puntuale dei motivi tecnici, amministrativi o strutturali della dichiarata non idoneità;
- Responsabilità amministrativa e disciplinare per chi ostacola l’accesso agli atti o nega l’ostensione documentale a soggetti portatori di un interesse giuridicamente rilevante;
- Revisione del sistema di alienazione, che oggi rischia di svuotare il patrimonio pubblico a danno delle esigenze operative e sociali del personale in divisa;
- Valorizzazione degli alloggi sfitti per uso istituzionale prima che vengano messi sul mercato.
Chi indossa la divisa non è un semplice dipendente, è un servitore dello Stato, spesso chiamato a rinunciare alla stabilità familiare, a trasferirsi improvvisamente, a operare in condizioni di rischio, sacrificando tempo e sicurezza personale. In cambio, lo Stato ha il dovere costituzionale di tutelarne la dignità, garantire diritti certi, accesso effettivo alla giustizia e un’effettiva equità di trattamento.
La sicurezza nazionale non si difende soltanto con armi, radar e uniformi, ma prima di tutto con il rispetto concreto dei diritti umani e sociali di chi è chiamato a proteggerla ogni giorno. Il vero “sistema Paese” inizia da qui: dalla legalità applicata anche dentro le caserme.
Piero Angelo De Ruvo
© COPYRIGHT GOSPA NEWS
Sottufficiale dell’Esercito Italiano in Congedo.. Ex sindacalista militare
Membro del direttivo dell’associazione Constitutio Italia
SOSTIENI GOSPA NEWS CON UNA PICCOLA DONAZIONE
TUTTI GLI ARTICOLI DI PIERO ANGELO DE RUVO
FONTI PRINCIPALI
