ITALIA SERVA DI UCRAINIZZAZIONE, CENSURA MORALE E ARMI. Il nuovo decreto del Governo Meloni consolida il Pensiero Unico Atlantista sugli Affari di Guerra

ITALIA SERVA DI UCRAINIZZAZIONE, CENSURA MORALE E ARMI. Il nuovo decreto del Governo Meloni consolida il Pensiero Unico Atlantista sugli Affari di Guerra

di Piero Angelo De Ruvo

Se c’è una cosa che la recente polemica esplosa dopo gli incidenti al convegno “Russofilia, russofobia, verità” dello scorso 22 dicembre all’Università Federico II di Napoli ha messo a nudo, è la fragilità dell’apparato verbale con cui l’Italia affronta la libertà di espressione, sostenuto da un governo che ha appena approvato il decreto per prorogare gli aiuti all’Ucraina, fino al 31 dicembre 2026.

Ma soprattutto si evidenzia la necessità di riflettere con equilibrio su come gli strumenti della diplomazia internazionale interagiscano con il dibattito interno, ponendo interrogativi che una democrazia solida, come quella italiana, è chiamata ad affrontare con responsabilità.

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La lettura di Mosca: l’accusa di “Ucrainizzazione” della politica italiana

L’ambasciata Russa a Roma ha definito con toni forti ciò che è accaduto a Napoli come sintomo di una   «Ucrainizzazione della politica italiana col tacito consenso e, di fatto, con la complicità delle autorità».

Secondo Mosca, “l’episodio di Napoli” non sarebbe un evento isolato, ma l’ennesima manifestazione di un fenomeno più ampio, un trasferimento di modelli politici e sociali dall’Ucraina, dipinti come estremisti, intolleranti e repressivi alla società italiana.

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«Esprimiamo la nostra piena solidarietà ai cittadini italiani, conclude il comunicato dell’ambasciata Russa, che sono oggi vittime dei nazisti ucraini e dei politici italiani irresponsabili che li assecondano

Criticare la guerra come esercizio di cittadinanza democratica

È un resoconto marcato che mette insieme storie di aggressioni con giudizi sintetizzati come “nazisti ucraini” o “politici irresponsabili che li assecondano”. Nessuno qui intende sostenere la tesi russa, né quantomeno proporre un’adesione ad una visione del mondo moscovita, ma resta un dubbio cruciale:

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“se la libertà di espressione in Italia mostra segni di fragilità di fronte a opinioni considerate scomode, chi ne trae effettivamente beneficio?”

Mettere in discussione una guerra, chiedere trasparenza su come e perché l’Italia impiega risorse, armamenti e capitale politico non è un atto sovversivo, è l’essenza stessa della cittadinanza democratica. Eppure, chi prova a esercitare questo diritto finisce spesso incasellato in un copione prevedibile e già collaudato nel periodo “pandemico“,  prima arriva l’etichetta ideologica “filoputiniano”, “fiancheggiatore del nemico” poi l’attacco personale, la delegittimazione sistematica e, infine, l’espulsione dal perimetro del dibattito pubblico. Non è confronto, non è pluralismo,

È CENSURA MASCHERATA DA DIFESA DEI VALORI.

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Il decreto sul sostegno all’Ucraina e il silenzio sulle scelte militari

In questo clima si inserisce anche la recente decisione del Governo di prorogare il sostegno all’Ucraina con un decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 29 dicembre 2025. Al termine del Cdm, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiarito che l’impegno dell’Italia prosegue su più fronti.

Nel testo, anche grazie al confronto politico interno, accanto al pacchetto di aiuti militari vengono rafforzati quelli civili, in particolare per logistica, sanità e ricostruzione della rete elettrica. Tajani ha sottolineato l’importanza del sostegno alla popolazione:

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«Continueremo ad aiutare l’Ucraina: si difende l’Ucraina anche aiutando la popolazione civile. Aiuto politico, civile, infrastrutturale, energetici e militare. Andremo avanti a fare quello che si è sempre fatto. 

Una scelta che ha inevitabilmente acceso il dibattito politico e mediatico. I sostenitori del decreto, in particolare all’interno del governo e della maggioranza, la rivendicano come una linea di continuità nella politica estera italiana a favore di Kiev, presentandola come un impegno necessario per garantire la difesa della popolazione civile e delle infrastrutture colpite dalla guerra.

Quando la critica diventa un tabù morale

Non sorprende, quindi, che l’ambasciata russa mette in evidenza episodi come quello di Napoli per parlare di “ucrainizzazione” dell’Italia. Ma la responsabilità di una democrazia matura non è smentire o confermare le accuse di Mosca, bensì difendere il principio che nessuna tribuna di pensiero — nemmeno quella più scomoda — possa essere attaccata o soffocata.

E invece, vediamo una parte della politica e dei media italiani che non si limita a confutare le tesi critiche, ma che tenta di cancellarle dal campo del dibattito pubblico, trattandole come minacce anziché come posizioni da contrastare con argomentazioni, un comportamento che somiglia molto più a una censura fisiologica che a un confronto sano.

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Se davvero esiste un pericolo per la democrazia italiana, non risiede nelle critiche a un conflitto estero o nelle accuse di “ucrainizzazione”, ma nel modo in cui chi detiene l’agenda comunicativa tenta di trasformare la critica in un tabù morale. Se la libertà di esprimere opinioni, anche estreme o impopolari, viene tollerata solo quando è dalla parte giusta secondo la narrazione dominante, allora la democrazia ha già perso. E non per colpa degli altri, ma per la nostra incapacità di reggere il confronto.

La libertà di parola non è un lusso da concedere a chi la pensa come noi. È un principio che si difende anche quando il contenuto ci disturba — e anzi soprattutto allora, perché è lì che si misura davvero la salute di una società libera.

Piero Angelo De Ruvo
© COPYRIGHT GOSPA NEWS
Sottufficiale dell’Esercito Italiano in Congedo.. Ex sindacalista militare
Membro del direttivo dell’associazione Constitutio Italia

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