I BABY-KILLER DELLA MAFIA. MINORI ARMATI DAL SUD AL NORD. Clan, Degrado e Miti Criminali normalizzano l’Illegalità anche nell’Infanzia

I BABY-KILLER DELLA MAFIA. MINORI ARMATI DAL SUD AL NORD. Clan, Degrado e Miti Criminali normalizzano l’Illegalità anche nell’Infanzia

di Piero Angelo De Ruvo

Rompere il silenzio: il coraggio di denunciare

Denunciare, fare nomi e cognomi, rompere il muro dell’omertà. È questa, secondo molti, l’unica strada possibile per sottrarre terreno alla mafia e dissolvere quella “zona grigia” in cui la criminalità organizzata riesce a insinuarsi e prosperare. Ma parlare ha un prezzo altissimo e richiede un coraggio fuori dal comune.

Lo stesso dimostrato dal giornalista freelance Giuseppe Bascietto, autore del libro “Stidda – L’altra mafia raccontata” (Aliberti), che nell’estate del 2009 ha accettato di incontrare faccia a faccia Claudio Carbonaro, ex capoclan di Vittoria, l’uomo che vent’anni prima lo aveva condannato a morte.

Alla fine degli anni Ottanta Bascietto, allora giovane cronista di provincia, aveva collegato i fratelli Carbonaro — Claudio, Bruno e Silvio — a diversi omicidi e alla strage di Gela contro il clan Rinzivillo-Madonia. Denunce pubbliche e ripetute che gli erano quasi costate la vita, due agguati falliti e un lungo periodo lontano dalla sua città natale, Vittoria, fino ai primi arresti del 1993. Sedici anni dopo, però, è proprio Carbonaro a cercarlo, non per vendetta, ma per raccontare il volto di una mafia diversa,

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La Stidda: la mafia che sfida Cosa Nostra

la “Stidda” — la stella — «È la storia di una mafia nuova, la ‘Stidda’, la stella, che dichiara guerra a quella più vecchia, Cosa nostra, riuscendo almeno in un primo momento a metterla in difficoltà. Abbiamo addestrato bambini a maneggiare coltelli, pistole, fucili e mitra»,

Un’organizzazione che, secondo il racconto del collaboratore di giustizia, arrivò ad addestrare bambini all’uso di coltelli e armi da fuoco, trasformandoli in giovanissimi sicari. Ragazzi sotto i quindici anni, spinti dal desiderio di dimostrare ferocia e appartenenza, marchiati da un tatuaggio a forma di stella tra pollice e indice della mano destra.

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Dopo quel primo incontro prende forma un dialogo lungo sette anni che sfocia nella pubblicazione del libro. Un lavoro che ripercorre un periodo di sangue, dal 1979 al 1992, segnato da circa duemila omicidi e da una violenza sistematica. È la storia di una guerra interna alla criminalità organizzata, uno scontro tra “vecchio” e “nuovo” che non conosce vincitori né redenzioni.

Carcere o morte: il destino degli uomini d’onore

Nel racconto non c’è spazio per il lieto fine. La vita degli uomini d’onore appare come una sequenza soffocante di sospetti, paure e ambiguità. Le alternative sono poche e ugualmente drammatiche, il carcere, descritto come una lenta agonia quotidiana, o la morte per mano di un rivale. Un destino che finisce per cancellare ogni ricchezza e ogni potere costruiti attraverso la violenza. Raccontare tutto questo, per chi sceglie di farlo, resta un atto di denuncia ma anche di responsabilità civile, un tentativo di sottrarre la narrazione della mafia al silenzio che la protegge.

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Da Gela a Napoli, passando per il Gargano e risalendo fino alle periferie del Nord, l’Italia scopre un volto sempre più inquietante della criminalità minorile, ragazzini armati, reclutati dai clan o organizzati in bande autonome, pronti a rapinare, intimidire e in alcuni casi uccidere.

Non più semplici “vedette” o corrieri della droga, ma una vera e propria manovalanza criminale a basso costo, sostituibile e spesso inconsapevole della portata delle proprie azioni. Le intercettazioni raccontano di adolescenti che maneggiano Beretta e Kalashnikov con naturalezza, come fossero oggetti qualunque, per i clan sono l’“ultima leva” costano poco, attirano meno sospetti e, se arrestati, rischiano pene più lievi.

Ragazzi con le armi, ragazzi senza futuro

Ma il loro ruolo è cambiato, non più comparse, bensì “bambini soldato” che «hanno la pistola, rapinano, incassano il pizzo, difendono il territorio».

Le telecamere nascoste di Scampia mostrano revolver troppo grandi per mani acerbe; in Puglia un boss li definiva «kamikaze», pronti a tutto. A Napoli assaltano coetanei e passanti per strappare orologi e telefoni, mentre chi esce dalle gerarchie paga caro. Il caso di Ciro Fontanarossa, diciassettenne ucciso con sette colpi, resta il simbolo di “un ragazzo ammazzato come un boss”.

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I numeri confermano l’emergenza, oltre 38 mila minorenni fermati in 4 anni, accusati soprattutto di furti e rapine ma anche di omicidio. Dietro le cifre ci sono abbandono e quartieri senza prospettive. «La criminalità organizzata allarga le braccia», ha avvertito il magistrato Roberto Scarpinato, descrivendo un vero apprendistato alla violenza: prima intimidazioni, poi estorsioni, infine le armi. In alcune aree siciliane le inchieste parlano perfino di cave trasformate in cimiteri clandestini di adolescenti, vite bruciate per poche decine di euro o per il prestigio effimero di una pistola. A Napoli l’età si abbassa ancora, sentinelle dello spaccio di 10 o 12 anni, linguaggi feroci, violenza normalizzata. Ma il fenomeno tocca anche il Nord, dove magistrati parlano di “malessere del benessere”, noia e ricerca di identità che sfociano in aggressioni e rapine.

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Bambini con la pistola al posto dei libri, maranza e identità fragili

Gli allarmi della magistratura si moltiplicano, ma la repressione da sola non basta, è un’emergenza educativa prima che penale, degrado, scarsa scolarizzazione e miti consumistici aprono la strada al reclutamento. Bambini con la pistola al posto dei libri raccontano una sconfitta collettiva, fatta di occasioni mancate e adulti assenti, dietro ogni minore armato non c’è solo un reato, ma una comunità che non ha saputo offrire alternative alla seduzione della violenza.

La lezione che arriva da queste storie non riguarda soltanto la mafia, né esclusivamente il Sud o le periferie degradate del NORD. Riguarda il modo in cui una società sceglie di guardare — o di non guardare — i propri ragazzi quando smettono di essere invisibili solo perché diventano pericolosi. Il filo che unisce i “baby killer” reclutati dai clan, le bande giovanili delle grandi città e il fenomeno dei cosiddetti maranza è meno folkloristico di quanto spesso venga raccontato e molto più strutturale, identità fragili, bisogno di appartenenza, culto dell’immagine e una violenza che diventa linguaggio prima ancora che azione.

In questo vuoto identitario attecchiscono dinamiche simili a quelle delle baby gang autoctone, ricerca di status, sfida all’autorità, fascinazione per modelli violenti importati dai social o dalla musica di strada. Non è l’origine etnica a determinare la deriva, bensì la combinazione di esclusione sociale, povertà educativa e assenza di figure adulte credibili.

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Qui sta il punto di contatto con i racconti dei bambini addestrati dai clan, non l’equiparazione dei fenomeni, ma la radice comune della vulnerabilità. I clan offrono “lavoro”, le bande offrono “famiglia”, i gruppi identitari offrono “nome”. Dove lo Stato e la comunità non riescono a proporre alternative altrettanto forti — scuola, sport, cultura, lavoro, ascolto — qualcun altro riempie il vuoto con simboli più rapidi e pericolosi. La differenza è che la mafia organizza la violenza come sistema economico e di potere; le nuove forme di devianza giovanile la consumano spesso come rito di passaggio, spettacolo o sfogo. Ma gli esiti, per le vittime e per gli stessi ragazzi coinvolti, possono essere ugualmente devastanti. La vera sfida non è scegliere tra repressione e comprensione, ma tenere insieme responsabilità e prevenzione. Dare nomi e cognomi ai criminali, sì, ma anche dare volto e futuro ai ragazzi prima che diventino solo statistiche o titoli di cronaca.

Spezzare il silenzio, prima che sia troppo tardi

In fondo, la storia dei “bambini soldato” e quella dei maranza o delle baby gang di seconda generazione raccontano la stessa urgenza, una società che interviene tardi, quando la pistola ha già preso il posto del libro o quando l’identità si è già trasformata in maschera. Spezzare il silenzio, oggi, significa impedire che l’unica voce capace di attrarre un adolescente resti quella della violenza.

Piero Angelo De Ruvo

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Sottufficiale dell’Esercito Italiano in Congedo.

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FONTI PRINCIPALI

DIRE – Stidda’ e i bambini armati all’assalto di Cosa Nostra

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